I Vreid pubblicano The Skies Turn Black a cinque anni di distanza dall’album precedente. Non è stata esattamente una passeggiata, ma la black metal band norvegese è riuscita a dissipare dubbi e tensioni e catturare i giusti input per plasmare gli undici brani della tracklist.
Uscito il 6 marzo 2026 su Indie Recordings, il nuovo The Skies Turn Black firmato Vreid arriva cinque anni dopo Wild North West (2021) e frammenti del passato riaffiorano lasciando spazio a melodie che non ricercano l’aggressività ad ogni costo: le coordinate aspre del black metal ci sono e riecheggiano le origini, ma c’è anche un lato inedito della medaglia, là dove la band norvegese si spinge deliberatamente oltre la comfort-zone. Non è stato semplice arrivare al risultato, ha spiegato la band: “Realizzare questo album è stato stimolante e infernale al contempo. Ma questa è la vita. Combatti per tornare in carreggiata e vedere poi dove ti porta...”
L’idea di un nuovo album elettrizza la band, quando all’improvviso l’entusiasmo svanisce e diventa difficile persino comunicare: ricalibrare gli equilibri è la soluzione; non è così semplice ma piano piano lo slancio prende forma ed il viaggio verso The Skies Turn Black ha inizio nella remota
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baita di montagna in cui i Vreid si rifugiano. From These Woods è il primo abbozzo a vedere la luce e sarà quello che indicherà la strada all’intera tracklist.
Co-fondatore della band, Jørn Holen “Steingrim”, classe 1977, siede dietro il drumkit sin dal 2004, guidando con destrezza la (potente) pulsazione ritmica che fornisce energia ed ossigeno alla musica dei Vreid: Drum Club lo ha intercettato e ne è nata la piacevole chiacchierata che segue.
Ciao Jørn, anzitutto grazie per il tempo che hai deciso di dedicarci. Partiamo subito con qualche domanda su The Skies Turn Black, l’album che fotografa i Vreid di oggi che tuttavia non nascondono frammenti del loro passato, sei d’accordo? Direi che abbia a che fare con l’età e l’esperienza: ormai abbiamo 50 anni e suoniamo insieme da 30, quindi guardare alle nostre radici, alla musica con cui siamo cresciuti, è stato un processo naturale. A un certo punto ci siamo fermati a riflettere proprio su questo, cercando di individuare le motivazioni di oggi e la direzione che avremmo voluto prendere per il futuro e via via i brani del nuovo disco hanno preso forma.
Il disco intervalla ritmi poderosi ma lineari ad altri decisamente veloci, ce ne parli? Anche l’elettronica, la programmazione e una certa miscela di sonorità, sono molto più presenti rispetto al nostro disco precedente. Ci sono pezzi che hanno richiesto un drumming super veloce ed altri che invece sono molto più basici, come ad esempio Kraken e Loving The Dead, in cui sono tornato a suonare il 4/4 che per me è uno dei tempi più difficili in assoluto, considerata la precisione estrema che richiede. I ritmi più veloci sono parte del nucleo intessuto con gli altri strumenti e nel caso di imprecisioni dietro al drumkit tutto sommato si notano poco; viceversa, i ritmi più cadenzati, più flat, hanno il compito di tenere in piedi l’andamento del brano e non ti concedono margini di errore.
Dunque, vuoi dire che Kraken e Loving The Dead sono i brani che ti hanno dato del filo da torcere? In realtà è stato Chaos il brano che mi ha fatto sudare, in tutti i sensi! Molto veloce, convulso e non sono più un ragazzino... pur se, preso dall’entusiasmo, nella prima take ho perso la concentrazione e l’ho suonato con una velocità maggiore! [ride]
Tornando a Kraken è vero che è stato inserito in un progetto cinematografico? Questo pezzo è nato parecchi mesi prima che lo inserissimo nell’album. La nostra idea era la collaborazione con la Nordic Films affinché fosse inseribile in una pellicola prodotta da un nostro caro amico, il professor Einar Loftesnes. Lo abbiamo contattato dicendogli che avevamo un brano a nostro avviso adatto a una produzione cinematografica; lo ha ascoltato con tutto lo staff e alla fine lo hanno ritenuto adatto alla pellicola che stavano girando. Una gran soddisfazione...
Passando a Loving The Dead, avete invitato al microfono Agnete Kjolsrud dei Djerv, la quale ha regalato alla traccia un’intensità davvero particolare: ce ne parli? Siamo stati parecchie volte in tour con i Djerv: Agnete è la moglie di Erlend Gjerde [batterista dei Djery] ed anche lui ha collaborato al nostro disco. Nel corso della pre-produzione di Loving The Dead avevamo pensato a una voce decisamente clean, quando il nome di Agnete ci è balzato alla mente. L’abbiamo contattata e le abbiamo inviato il pezzo perché lo provasse. Beh... ce lo ha re-inviato cantato e, oltretutto, è intervenuta anche sul testo. Risultato? Proprio quello che stavamo cercando! Posso dire che Loving The Dead è il brano dell’album che preferisco e, oltretutto, distante dai territori del black metal che frequentiamo abitualmente.
From These Woods è invece il singolo che avete scelto per anticipare l’album e che è nato a notte fonda in una baita di montagna isolata: ci racconti come è andata? “Hvàll” [Jarle Kvåle, bassista dei Vreid] è il principale compositore della band; ogni volta che mette giù l’idea di un pezzo, la sottopone alla band e tutti noi ci lavoriamo sopra fino a che il brano vero e proprio prende forma. Questo processo richiede parecchio tempo ma, nel caso di From These Woods, è andata in maniera differente. Eravamo in questa baita, ci eravamo bevuti qualche drink e ci eravamo messi a dormire; al risveglio eravamo ancora un po’ storditi ma abbiamo ripreso il lavoro e via via la linea di chitarra, i riff, la ritmica e quant’altro, hanno cominciato a delinearsi in maniera chiara. Il pezzo è nato quindi da quelle session: esattamente quel che una vera band dovrebbe fare. E’ stato atipico, ma molto stimolante e divertente.
Oltretutto, abbiamo letto che From These Woods è il personale tributo di Jarle Kvåle ai Black Sabbath, la musica con cui è cresciuto. Non a caso, l’anno scorso Jarle era al commovente show di addio di Ozzy e dei Sabbath a Birmingham. Hanno anche influenzato il tuo approccio alla musica? Assolutamente sì. Ho ascoltato i Black Sabbath sin da ragazzino, conosco a menadito il loro repertorio e quello di Ozzy e tutti quei dischi hanno avuto un ruolo prioritario nella mia formazione di musicista. La loro musica ha sempre significato tanto per me, e non solo da ragazzino, ma anche quando abbiamo messo in piedi i Vreid. Sì, Jarle è stato allo show di Birmingham e devo dire che sempre avuto un rapporto speciale con Ozzy e con gli stessi Sabbath.
A proposito del passato, quali batteristi ti hanno influenzato in modo particolare? Sicuramente Lars Ulrich! I Metallica, infatti, sono stati la band più significativa per me, almeno fino ai 18, 20 anni. Gene Hoglan (Dark Angel e Testament) è uno dei miei batteristi preferiti di tutti i tempi, ed anche Dave Lombardo, soprattutto riguardo al classico trash metal degli Slayer. Infine, non posso non nominare anche Igor Cavalera all’epoca dei Sepultura.
Non possiamo non chiederti che genere di equipment hai utilizzato per le registrazioni di The Skies Turn Black... Ho usato la mia Tama Superstar in acero con i fusti Hyper Drive che, avendo una profondità minore rispetto allo standard, mi restituiscono un attacco carico di punch e una risposta veloce. Oltretutto, visto che non sono altissimo, li posso posizionare un po’ più in basso e beneficiare di un ottimo comfort. Il mio rullante è un Tama Charlie Benante Signature 14”x6,5”, in acciaio, e lo adoro poiché mi fornisce un suono definitoe articolato, potente e carico di volume. Per alcune sonorità particolari ho utilizzato invece un Pearl Master Custom in ottone. Pedale cassa: Pearl Demon Drive Twin. I miei piatti sono Zildjian Custom Series, eccetto il mio ride che è un Paiste 2oo2 del 1984 dal suono potente, capace di bucare il mix.
A conti fatti, sei soddisfatto di The Skies Turn Black? Decisamente! Sono soddisfatto del sound, della coesione della band e della produzione: Anders [Nordengen, produttore] ci segue da tempo ed è un nostro caro amico ed in più, questa volta abbiamo registrato in uno studio fantastico. Ritengo che le chitarre siano perfette e che la batteria suoni al meglio di sempre, e che in generale il sound risulti più “prodotto”, più raffinato rispetto ai nostri album precedenti.
Chiudiamo dissipando un dubbio che ricorre spesso parlando dei Vreid? Alcune fonti vi indicano come quartetto, mentre altre come quintetto: Espen Bakketeig è parte della formazione stabile? Siamo un quartetto, ma nel tour di Lifehunger (2018) Espen Bakketeig ha cominciato a essere con noi sul palco, alle tastiere. Da lì in avanti è con noi in certe occasioni e ogni volta ci teniamo a presentarlo al pubblico. Credo che la confusione nasca da qui.
Ultima domanda: a grandi linee, com’è la scena metal norvegese? Una band che riesce a fare buoni dischi e suonare live, via via si addentra nel circuito; ci sono parecchie metal band e rock band in Norvegia, soprattutto a Oslo; alcune sono in giro da tempo, come i Vreid, mentre altre sono più giovani o di recente formazione: in sintesi, si può dire che la scena norvegese è una grande famiglia della quale tutti ci sentiamo parte.