Un viaggio senza paura nei meandri di thrash, death e doom metal, domando il suono alla stregua di una belva feroce, caricandolo di quello spirito che tanto deve agli anni Settanta e Ottanta: “Pre-Historic Metal” è la nuova avventura dei Darkthrone.
I Darkthrone nascono nel 1986 a Kolbotn, a pochi chilometri da Oslo, e allora si chiamano Black Death; ben presto cambiano nome e nel 1991 debuttano con “Soulside Journey” attestandosi tra le band di riferimento del death metal norvegese. Il loro percorso è un continuo svisare nell’orbita del metal: heavy, black, thrash, speed, scandiscono infatti la produzione della band, anche se in qualche momento c’è spazio per il punk più grezzo e genuino.
La lineup si modifica nel tempo, ma sono Gylve Fenris Nagell (aka Fenriz) e Ted Skjellum (aka Nocturno Culto) a mantenere il comando, fino ad arrivare a decidere per un combo a due. “It Beckons Us All” (2024) è il 20esimo album firmato Darkthrone ma è un mezzo passo falso ed ora il duo rimette in sesto il motore e pubblica “Pre-Historic Metal”, uscito l’8 maggio 2026 su Peaceville Records.
Registrato ai Chaka Khan Studios di Oslo con il supporto di Ole Øvstedal, Silje Høgevold
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e Mads Luis, “Pre-Historic Metal” è un album duro e diretto ma che non rinuncia allo spirito dei Settanta e Ottanta: “il termine preistorico sottolinea il nostro approccio old-school finalizzato a creare qualcosa di nuovo...” – ha detto Fenriz – “il metal è il nostro territorio, volume, potenza, energia, ma non senza raffinatezze e gusto. In studio abbiamo lavorato in maniera coesa come non mai e creato otto tracce fluide, graffianti, cariche di riff e di groove...”
Ciao Fenriz, eccoci a parlare di “Pre -Historic Metal”, il nuovo album firmato Darkthrone. Come hai detto tu, avete pescato nel passato per creare qualcosa di nuovo: ci racconti come è andata? Nei circa tre mesi prima che entrassimo in studio, Ted [aka Nocturno Culto] ha abbozzato le idee con la chitarra in mano, mentre per quanto riguarda le mie parti, mi sono venute in testa all’improvviso – boom! – mentre stavo guardando una partita di calcio. Capita sempre che pensando a dei riff mi si accenda la lampadina all’improvviso; a quel punto, prendo la chitarra e mi si figurano tra le dita accordi, break, cambi di registro e quant’altro finisca per dare corpo alla struttura di ogni brano. Una volta che un album è terminato, lo riascoltiamo, lo metabolizziamo e a quel punto ci auguriamo che la musica parli per noi. Quindi passiamo oltre: ieri, ad esempio, ho buttato giù un pezzo per il prossimo album.... Le interviste le facciamo quindi con una certa esitazione, poiché necessariamente avvengono dopo l’uscita di un album che per noi è già fatto e finito, ma... ok, mi rendo conto che mi sto lamentando come uno stronzo, quindi la faccio finita. Andiamo pure avanti.
C’è stato un brano difficile da domare dietro al tuo drumkit? Un brano difficile? Ho combattuto tanto e duramente per conquistarmi la mia comfort-zone che neppure 100 ragazzini incazzati con indosso la maschera di Dave Mustaine potrebbero trascinarmi fuori da lì! [ride] Comunque, è una domanda azzeccata e la risposta è che è difficile suonare cose semplici ma con il tiro e il gusto adeguati. Siamo stati noi batteristi eccessivi del death metal ad aver esasperato la doppia cassa e cose del genere alla fine degli Ottanta, ma quel che ho imparato in fretta è stato smettere con l’over-playing.
Tra i brani dell’album c’è “Siberian Thaw”, decisamente dark: questo pezzo è tuo o di Ted? Io ho creato un ritmo tipo “Quintessence” [da “Panzerfaust”, 1995] ma l’ispirazione del brano è arrivata a Ted. Il riff uno è in realtà composto da due riff cuciti insieme; poi c’è una pausa e poi entra la batteria vecchio stile, à-la Iron Maiden per intenderci. Successivamente, ho messo insieme l’intera parte di basso che viene dopo il ritornello, poi arriva di nuovo il riff trash e poi quel movimento introverso per ottenere l’altro riff. Anche l’idea del titolo è molto dark. Leggiamo da anni dei fenomeni che stanno scongelando la tundra in Siberia: è un argomento estremamente stimolante per me ed ho pensato che fosse adatto come titolo del brano.
“They Found One Of My Graves” sfodera il synth: come siete arrivati a questa scelta? E’ un pezzo di Ted ed è stato fantastico sentire il suono del suo synth e il modo in cui ha improvvisato quella parte... anche perché non l’ho visto improvvisare tanto spesso! [ride] Ho avuto subito la sensazione che fosse il pezzo più forte e, visto che è mio il compito strutturare l’ordine della tracklist, l’ho piazzato come apertura dell’album.
Un certo spirito punk aleggia in “The Dry Wells Of Hell”... un po’ quel che accadeva nel vostro “Dark Thrones And Black Flags” del 2008, che ne dici? Mah... giusto alla fine del riff, cantando “Eat Eat Eat Your Pride”. Ma se io cantassi invece The|Dry|Wells|Of|Hell [la stessa metrica di Eat Eat Eat Your Pride] probabilmente tu la penseresti in modo differente. Ti dico come vedo io questo brano: primo riff distruttivo, infernale, eccessivo, che termina con l’improvviso “Eat Eat Eat Your Pride” col feeling punk di cui dicevamo; ma... sono solo due secondi. Poi viene il riff che secondo me suona come “Hell Hammer”. Poi c’è una parte che per noi è un terreno inesplorato, roba tipo death rock degli anni Ottanta, non saprei spiegarti meglio; quindi, segue il riff che io ritengo abbia qualche attinenza con Pilgrim degli Uriah Heep. Segue un riff martellante e rallentato che potrebbe ricordare “Awakening Of The Gods”, oppure a “Take Their Lives” dei Kreator, e subito dopo arriva un altro riff martellante, ma più veloce; quindi, si torna al riff uno.
“So I Marched To The Sunken Empire” è l’unico strumentale dell’album: com’è nato? Ted aveva avuto l’idea di un pezzo suonato solo da synth e batteria ed io sono stato subito d’accordo. Ho ascoltato quindi le tracce che mi ha inviato e, visto che c’erano un sacco di cambi di tempo, me li sono memorizzati per bene prima di andare in studio a registrare. Mi sono figurato il pezzo in un film epico e così gli ho dato un titolo che mi pareva adeguato.
I Darkthrone siete tu e Nocturno Culto, mentre in passato non era così: come vivi questo particolare tandem a due? All’epoca vivevamo più o meno nella stessa zona, facevamo le prove insieme, frequentavamo gli stessi posti, eravamo una piccola gang di amici. Nel tempo, Ivar [Enger], Anders [Risberget] e Dag [Nilsen] se ne sono andati e ciò ha significato per i Darkthrone la fine di qualsiasi tipo di vita sociale. A quel punto, io e Ted abbiamo proseguito da soli e naturalmente la situazione è estremamente diversa. Niente più sala prove, niente più tempo passato insieme, eccetera, eccetera.Tutto questo mi manca? Direi proprio di no... anche perché tutto questo non c’è più da tanto tempo.
Che genere di drumkit hai utilizzato per le registrazioni di “Pre- Historic Metal”? Ahhh... è passato troppo tempo perché possa ricordarmene. Posso dirti comunque che ho utilizzato piatti Sabian, crash e ride belli larghi... ma direi che ha poca importanza, visto il muro di chitarre di Ted. Potrei anche avere piatti da un dollaro, invece che costosi! [ride] Le bacchette, in compenso, sono piuttosto economiche. Riguardo alla batteria, credo di avere utilizzato la mia Ludwig che penso sia come quella di Carmine Appice all’epoca di Rod Stewart, all’incirca nel 1981. Mi dispiace, ma non sono un fissato dell’equipment, considerando che il suono, in studio, dipende da così tanti fattori che la tua attrezzatura diventa marginale. Probabilmente se suonassi il jazz le cose sarebbero diverse.
Tu hai cominciato a suonare la batteria da ragazzino. Come ti sei avvicinato agli altri strumenti che suoni? Nel 1973 mi avevano regalato un drumkit per bambini ma ero così piccolo che l’avevo fatto a pezzi. In realtà, la chitarra è venuta prima, anche perché negli Ottanta vivevo in un condominio e la batteria non la potevo suonare. Praticavo sui brani degli Iron Maiden che per me sono a tutt’oggi una fonte di ispirazione, pur se devo dire che gli assoli non sono mai stati il mio forte. Di contro, sono un buon bassista e mi piace improvvisare. Tornando alla batteria e al condominio, mettevo tra le gambe un pallone da calcio e usavo le aste della bandiera come bacchette, mentre i piatti erano dei cuscini. Intorno all’84 il mio amico Anders [Risberget] si era traferito in una grande casa e a quel punto ho potuto avere una batteria economica, con la cassa singola, con cui praticare costantemente sviluppando via via il mio playing e la cosiddetta memoria muscolare.
E quali erano i tuoi batteristi di riferimento? Era appunto l’epoca in cui suonavo con il pallone tra le gambe... adoravo Clive Burr, Nicko McBrain e Vinnie Appice! Li adoro ancora, ma piano piano si sono aggiunti i Rush, gli Yes, il Pat Metheny Group, i Watchtower e i Dream Theatre della prima ora.
Pare proprio che i Drakthrone stiano catturando i più giovani, ti fa piacere? Pubblichiamo settimanalmente sui social non da tantissimo tempo, su Instagram in particolare, ma postiamo più o meno soltanto le copertine degli album. In ogni caso, abbiamo scoperto che ci seguono anche le nuove generazioni e che i nostri album non hanno mai smesso di vendere. Ci sentiamo fortunati per questo e ringraziamo umilmente.
C’è qualche black metal band che oggi ti piace in particolar modo? Sì, ad esempio i Matru- Zebu che vengono dalla Finlandia... un sacco di riff che potrebbero essere i miei ma talvolta suonati meglio! Ho pubblicato sinora 300 Podcast con cui faccio circolare musica di un sacco di band, ma per quanto riguarda il vero spirito black metal continuo ad avere i miei vecchi e strani gusti: Black Magic e Faustcoven che sono norvegesi, Malokarpatan, Teitanblood, Abysmal Lord, Apogeion che sono invece finlandesi.
Musica a parte, da sempre vivi in prima persona certe tematiche legate alla salvaguardia della natura e dell’ambiente, confermi? Penso che il metal possa essere il giusto mezzo per esprimere tali temi, ma la mia vita di tutti i giorni è completamente immersa nella sostenibilità e nella foresta!