Chester Thompson "A Joyful Noise"

Bianca Saviane 01 set 1999
La pazienza, si dice, è la virtù dei forti. E sicuramente a Chester Thompson, vera e propria leggenda vivente della batteria, non fa difetto. Per resistere sulla cresta dell'onda da quasi trent'anni, collaborando con una miriade di artisti celeberrimi quanto capricciosi, bisogna avere una dose di humor e savoir-faire più unica che rara e poter contare su un bagaglio tecnico-interpretativo che va al di là delle più esigenti aspettative.

Nemmeno queste qualità mancano a Thompson e ogni situazione artistica ha trovato in lui un personaggio vincente, in grado di dare il cosiddetto magic touch ad ogni produzione pur nella più assoluta mancanza di invedenza o mania di protagonismo.

Quelle, Chester, le ha lasciate sempre ai suoi co-protagonisti di lusso. Sì, perché non si può certo definire Thompson un semplice session-man. La sua versatilità e la sua personalità non possono risultare mai in secondo piano, nonostante lui faccia di tutto per non apparire una stella di prima grandezza qual'è.

Preferisce piuttosto il lavoro oscuro e prezioso del regista dietro le quinte, del cesellatore di ritmi, del raccordo insostituibile tra personalità diverse e spesso in conflitto tra loro. E per uscire indenne da anni e anni di dischi e tour accanto ...
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Chester Thompson
A Joyful Noise
ad artisti come Genesis, Frank Zappa, Weather Report, Phil Collins, George Duke, ci vuole - presumibilmente - una capacità di stemperare i conflitti a dir poco biblica, oltre alle indiscusse qualità tecniche che tutti gli riconoscono. Un vero signore, affabile e cordiale, mai al di sopra delle righe, rilassato e pacifico ma animato da una volontà incrollabile e da una serietà professionale fuori discussione.

Thompson è agli esatti antipodi di batteristi come Bozzio o Portnoy, giusto per fare qualche nome, che rappresentano l'eccesso privato, e artistico, di ogni manifestazione musicale: lui non perde mai di vista il tessuto melodico; si immerge nell'armonia della musica con il suo stile impeccabile che nasconde una capacità interpretativa fuori dal comune, oltre ad una apertura mentale ammirevole. Il suo stile, imbevuto di jazz e musica caraibica, non risalta per esibizionismo virtuosistico ma, viceversa, per l'arricchimento portato alla musica, per il suo essenziale supporto timbrico che, quasi in sordina, finisce per fare la differenza.

Fare anche solo un breve sunto di tutta la carriera di Thompson è impresa praticamente impossibile. Nato nel '48 e diventato professionista a soli quindici anni, ha suonato praticamente con la crema del pop-rock e del jazz, collaborando con dozzine di musicisti e mettendosi in mostra per lo stile dinamico e rotondo, tanto potente nel rock quanto variegato e suadente nella fusion.

Negli anni in cui ha lavorato con i Genesis - probabilmente il periodo di maggior successo commerciale - e successivamente con Phil Collins, è spesso stato possibile fare un raffronto tra i due, e Collins, grande intenditore di musica e musicisti, forse per questo lo vuole sempre con sé: sa che di validi batteristi se ne trovano tanti, mentre i Thompson sono molto più rari. E, quando si ha la fortuna di trovarli e lavorarci insieme, è meglio tenerseli stretti.

Abbiamo raggiunto telefonicamente Chester Thompson in occasione della pubblicazione in Italia del suo album da solista "A Joyful Noise", un lavoro realizzato attraverso gli anni, in cui figurano brani scritti anche molto tempo fa e che lo stesso Thompson aveva lasciato volutamente in cantina, come si fa con il vino buono in attesa che stagioni al punto giusto. Come al solito, gentile e disponibile, Chester parla del suo grande amore per la musica brasiliana e latino-americana in genere, rivelandosi un artista vero, a tutto tondo, con una passione per la musica che gli consente facilmente di sfuggire alle spire del business.

Parliamo del tuo album "A Joyful Noise" che ti vede in una veste assolutamente inedita? E' difficile trovare un album di un batterista con così tante canzoni vere e così pochi assoli di batteria...
Oh, beh... pensa che molta gente mi ha detto che il disco non piace perché speravano di trovarci molte più parti di batteria dentro! (ride) ... Ho voluto fare qualcosa di molto musicale, non mi considero un solo-drummer. C'è in giro tanta gente in grado di eseguire incredibili assoli ma io mi ritengo fortunato, ho molti buoni amici con cui riesco a creare della buona musica e questo ritengo sia l'aspetto più importante, indipendentemente da quante percussioni ci siano dentro. Per questo disco ho voluto dedicarmi alla musica che mi appassiona di più, quella che ritengo sia più mia: quella brasiliana e afro-cubana.

In effetti, il sound del disco è molto latino...
Sì, ed era proprio questo il risultato a cui volevo arrivare. Mi piace molto la musica vitale, allegra, solare.

Di tutte le tue esperienze precedenti - che sono decine - quale pensi sia stata la più importante per la tua personalità di musicista?
E' molto difficile da dire. Penso che tutti, chi più chi meno, abbiano avuto la loro importanza per lo sviluppo della musica. Non sono mai stato refrattario a nessuna influenza e ho sempre cercato di assimilare il meglio di ciò che sentivo intorno a me. Forse, però, il momento più creativo della mia carriera, credo sia stato quello con i Weather Report. Fu un periodo veramente speciale, molto divertente e credo che mi sia rimasto molto di quell'esperienza.

I Weather Report hanno rappresentato uno straordinario momento di evoluzione musicale. Che musica pensi suonerebbero oggi se esistessero ancora?
Oh, mio Dio!... Come si fa a dirlo? Dopo lo scioglimento della band, ognuno ha seguito strade diverse, assimilando differenti esperienze, ma credo che sia impossibile che strada avrebbero preso come gruppo. Forse è stato anche meglio così. Chi può dirlo?

Torniamo all'album, si nota una certa influenza gospel in alcuni brani come la title-track...
Sì, certo. E' inevitabile. Sono molto religioso e il gospel è uno stile che mi porta allegria e benessere.

Nel disco ci suonano una ventina di persone. Come ti sei trovato con loro? Non ti è stato difficile gestire così tanti musicisti?
Beh, ho tanti amici... anche se è stato sicuramente difficile realizzare il tutto. Io poi, non vivo a Los Angeles e ho dovuto spostarmi in continuazione per le registrazioni. Pee Wee Hill e Michiko Hill li conosco da tantissimo tempo. Abbiamo suonato insieme centinaia di volte e sono il cuore della mia band. Io e Michiko avevamo già composto gran parte del materiale che poi è confluito sull'album e, quindi, molte canzoni erano già pronte da tempo come "Homeland" e "Jussa Thang". Lui è un tastierista veramente bravo, soprattutto negli assoli e ha una grande preparazione nel jazz, nel rock e nella fusion. Ha partecipato alla stesura di due brani, curando gli arrangiamenti. I Fowler li ho conosciuti perché sono sempre stati dei grandi fans di Frank Zappa e hanno una concezione della musica molto elastica, aperta. Gerald Albright è un jazzman di grande successo ed anche con lui l'intesa è stata perfetta come con Debra Dobkin, una percussionista straordinaria che ha suonato con Bonnie Raitt.

Perché hai deciso di realizzare un album interamente strumentale?
Volevo un disco che fosse spontaneo, che mi rappresentasse veramente. Quando abbiamo registrato i pezzi, li abbiamo eseguiti così come erano nati, senza parti vocali ed erano già perfetti in questo modo. E poi, io canto veramente male (ride)... una cosa terribile!

Un brano come "Drums Are Loud" riporta ad atmosfera di samba brasiliano...
La musica brasiliana è stata una delle prime cose che ho ascoltato e che mi ha influenzato. Ero molto giovane quando ho cominciato ad ascoltare questi ritmi e li ho sempre portati nel mio bagaglio artistico. Alcuni brani di "A Joyful Noise" sono stati scritti, in effetti, molto tempo fa come, per al'appunto , "Drums Are Loud" che è poi una jam su un ritmo di samba di strada, molto divertente, che ho suonato per la prima volta dal vivo anni addietro.

Hai un tuo brano preferito?
Forse "Homeland" e, sicuramente, "A Joyful Noise". Mi piace molto suonarla e rappresenta qualcosa di speciale per me. Anche questa è stata composta molto tempo fa, quando vivevo con mia moglie e mio figlio. Questo motivo l'ho dedicato a lui, al periodo in cui l'ho avuto con me e siamo cresciuti insieme.

Chester, come vedi il presente ed il futuro del jazz e della fusion?
Beh, non è facile rispondere. Negli Stati Uniti le radio sono letteralmente imprevedibili (usa la parola "crazy". ndr): trasmettono solo jazz tradizionale, qualche volta free jazz o quello che loro chiamano jazz. E' difficile ascoltare nuovi musicisti e le stesse radio rendono la vita difficile ai giovani musicisti. C'è molto jazz in giro ma non viene promosso adeguatamente. C'è anche tanta musica che mescola diversi generi ma non saprei se chiamarla ancora fusion o meno. Un altro problema è che la musica jazz è diventata troppo accademica e ha perso il contatto con la strada, con le sue origini. Oggi, purtroppo, incidere un album è diventato molto difficile. I costi sono ridotti rispetto al passato ma se vuoi essere trasmesso dalle radio e dalla televisione devi suonare cose molto commerciali che possano piacere a tutti, e certi generi vengono rapidamente accantonati se non sono immediatamente vendibili. Così molti musicisti si rifugiano nella perfezione stilistica, piuttosto che produrre qualcosa di personale.

Cosa ti piace di più della musica di oggi? Cosa hai ascoltato di più ultimamente?
Continuo ad ascoltare molto jazz, e tanta fusion, anche se forse meno che in passato. In genere ascolto tutto, non ho pregiudizi. Anche quando suono, trovo estremamente piacevole impegnarmi in diversi stili, cercare cose buone in tutti i tipi di musica.

Pensi che sia questa la dote più importante che debba avere un batterista?
No. Credo che la qualità più importante che debba avere non solo un batterista ma ogni tipo di musicista sia quella di saper ascoltare. E' molto importante riuscire ad entrare in sintonia con gli altri musicisti. In questo modo non c'è neanche bisogno di studiare i pezzi per ore e ore: le cose vengono naturalmente e le canzoni nascono da quest'atmosfera. Per un batterista, forse, tale ragionamento è ancora più importante. Per suonare bene devi essere "dentro" la musica, viverla come una sensazione tua.

Tornando a "A Joyful Noise", a tratti il sound richiama quello delle colonne sonore hollywoodiane. Hai mai pensato di scrivere musica per film?
No, a dire il vero non ho mai provato ma mi piacerebbe molto. E' uno dei miei sogni, mi rendo conto, però che si tratta di una cosa molto difficile. La musica da film è qualcosa che deve correre di pari passo con l'azione, con l'aspetto visuale e non può imporre il proprio ritmo. Stimo molto gli attori di colonne sonore, soprattutto quelle dei film d'azione, che a me piacciono tanto. Per un batterista, poi, sarebbe un'esperienza veramente stimolante. Ma - giusto per curiosità - quale film ti ricorda il mio album?

Più che un film, alcuni brani potrebbero essere la colonna sonora di qualche episodio di "Miami Vice"...
Oh bene... non ci avevo pensato ma non mi dispiaceva come serie televisiva. Mi fa piacere pensare che a qualcuno il disco risulti "loud" e fresco. C'è gente che può pensare che "A Joyful Noise" sia un album calmo e pacato ma in realtà è esattamente il contrario. Quello che ho voluto trasmettere grinta, ritmo, calore forte. Non mi è mai piaciuta la musica da sottofondo in macchina. Quando ascolto qualcosa devo essere concentrato, debbo ricevere dalla musica tutte le vibrazioni che mi può dare. So che molti vogliono dalla musica solo atmosfera, un suono non invadente ma non è decisamente il mio stile questo.

Chester, tu hai suonato in migliaia di concerti. Qual'è stata la tua più entusiasmante esperienza live, lo show che ti ha dato più soddisfazioni?
Dio mio... è così difficile scegliere. Ce ne sono stati tanti. Ricordo con estremo piacere il tour con Frank Zappa nel '73 e i concerti con i Genesis. Se proprio dovessi scegliere un solo concerto, forse, il migliore della mia vita credo sia stato quello di Parigi con i Weather Report nel '75: fu semplicemente magico. Non so cosa darei per ripetere quello show ogni sera. Magari a qualcuno potrebbe, però, non essere piaciuto (ride)... è questione di gusti personali.

So che tu hai lavorato anche per Donna Summer in un progetto che non ebbe tanta fortuna...
Sì. Lei volle realizzare un album di canzoni natalizie nel '94; era veramente un disco bellissimo ma non godette di alcuna promozione e, alla fine, vendette pochissimo. Peccato perché Donna ha una voce straordinaria, è una cara amica e aveva proposto, accanto ad alcuni brani classici natalizi, alcune canzoni originali veramente stupende.

Tra tante collaborazioni diverse, trovi mai un momento di tempo per rilassarti? Cosa fai nel tempo libero (libero per modo di dire)?
Faccio molto sport. Mi piace andare sui pattini e giocare a tennis. La musica mi lascia pochi giorni liberi ma tutto sommato non mi lamento.

Per concludere, è d'obbligo descriverci il tuo drum-set...
Beh, nel disco ho usato una batteria della Ayotte. Normalmente ho una cassa da 18" e tom da 10", 12" e 14". Non uso mai più di sei pezzi-base nel mio set. I piatti sono della Sabian e per quanto riguarda i pedali, li cambio spessissimo, visto che li rompo in continuazione.

Promuoverai il tuo album con dei concerti dal vivo?
Per adesso no. Mi piacerebbe ma fino alla fine dell'anno sarò impegnato con Phil Collins.

Dal punto di vista dello stile batteristico, che differenze ci sono tra te e lui?
E' semplice: lui picchia veramente duro. Io qualche volta ci ho provato ma come pesta lui non pesta nessuno.

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